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premi e premi-ati


 

Con l'umore tipico dei giorni senza epifanie mi sono detta: bene, vediamo un po' come scrive il vincitore del Booker 2025 (diffido delle premiazioni, dietro c'è sempre combutta e mai onestà di intenti). Ma è bastato poco per promuovere Szalay: La mattina dopo nevicò è un racconto breve dalla sintassi ferma, e solo per restare alle righe che riporto sotto, la differenza la fa l'attenzione che l'autore, apparentemente in via accidentale, accorda a piccole cose come "gli oggetti inanimati della cucina", o "la luce era fioca e sporca. In quella luce noi stavamo in cucina". Nessun artificio, nessun richiamo subliminale, soltanto l'immediatezza del dire. Tanti si riconosceranno in questo ciak:

  "Quel mattino piovigginava. Strisce di fuliggine bagnata rigavano la casa e velavano le finestre e, dentro, la luce era fioca e sporca. In quella luce noi stavamo in cucina. Non c'era nessuno. Gli altri erano tutti al lavoro o a scuola. Per l'ennesima volta ti ripetei che, qualunque cosa avesse detto Nikita, non era successo niente. Qualche volta sì, andavo ancora a trovarla, è vero. Mi aveva scritto. Si sentiva sola. Mi dispiaceva. Andavo a trovarla. È vero... Era tutto così familiare. 

  Ma poi dissi qualcos'altro, qualcosa che non avevo previsto. Dissi: «Forse mi sono innamorato di lei».

  Silenzio. Quieto picchiettio sui vetri fuligginosi.

  Solo pochi mesi o anche solo qualche settimana prima, una cosa del genere sarebbe stata inconcepibile. Credo che per te sia stato uno shock. Non avevi mai creduto alle mie dichiarazioni di innocenza, ma immagino sperassi che fossero vere. E lo erano. È questo il bello.

  Ti uscì un sospiro. Spontaneo, a bocca aperta, quasi un singhiozzo, e poi un altro di quei lunghi silenzi, al centro del quale gli oggetti inanimati della cucina - il materasso macchiato della cameriera, i rubinetti di ferro neri - parvero acquisire una presenza più intensa. Una presenza di cui a tratti ero pienamente consapevole, a tratti del tutto inconsapevole, come se fossimo immersi in un vuoto incolore. «Mi dispiace», dissi.

David Szalay

Commenti

  1. E' come il parlare di uno scultore od un boscaiolo; piccoli colpi di accetta o di scalpello ripetuti e concisi. per indovinare la figura intera attraverso il dettaglio minuto. Frasi brevi che non lasciano il tempo di accomodarcisi sopra. Piacevole. Non saprei se è bravo o no.

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  2. ottima analisi
    io dico che è bravo, di una bravura cinematografica

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  3. “io dico che è bravo, di una bravura cinematografica”
    Non lo so se sia bravo, ma la tua definizione – “di una bravura cinematografica” – la condivido perché penso che la differenza fra cinema e letteratura sta proprio nell’allungare il brodo a cui è obbligato lo scrittore che “deve” raccontare una stanza, un giardino o un’espressione con le parole e non con l’immagine. Lo stesso e, forse, ancor di più per lo scrittore, è dover raccontare l’aria che tira in una stanza o in un ambiente. Il cinema utilizza le immagini e anche i suoni. Quindi, e vengo al dunque, qual è meglio fra il film e il libro dipenderà sempre e solo dalla bravura dello scrittore o del regista.
    Tornando a Szalay, mi piace l’essenzialità con cui scrive. Di superfluo ce n’è poco. Il problema sorge quando uno scrittore scrive troppo poco, perché non essendoci immagini e suoni, chi legge il libro o l’eventuale regista che vuole farne un film deve lavorare troppo d’immaginazione. E succede che il libro ed il film non avranno più nulla in comune.

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  4. Beh, uno scrittore che scrive troppo poco fallisce, e lo si capisce proprio dal "troppo" usato da te. Si può essere essenziali già partendo dall'uso parsimonioso degli aggettivi, ma non stringati perché come dici tu tra le righe, come fa il lettore a immedesimarsi nella pagina che sta leggendo? E sì, nel caso in cui un regista si innamori di un libro e ne faccia ad ogni costo un film, è ovvio che della fonte ispiratrice resterà solo lo spunto e alla fine ne verrà fuori tutta un'altra storia.

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